Emily Dickinson
 
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Silvio Raffo
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Silvio Raffo
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La Homestead della famiglia Dickinson
Silvio Raffo
La Piccola Fenice a Varese

di Maria Giulia Baiocchi

La percezione di un oggetto costa
né più né meno che la sua perdita –
La percezione in se stessa è un guadagno
Corrispondente al suo prezzo –
L’oggetto in assoluto non è nulla –
La percezione lo
avvalora e poi censura una perfezione
che a sì grande distanza è situata -
(1071).


L’appuntamento con Silvio Raffo è a Varese, alla “Piccola Fenice”, sede della sua associazione culturale. è un pomeriggio d’inizio giugno, col cielo attraversato da nubi scure e gonfie di pioggia che corrono in fretta; il rombo del tuono sovrasta il rumore del traffico e l’incessante borbottio ha un tono minaccioso. è sin troppo facile indovinare l’arrivo di un ennesimo temporale che continua a tenere lontana l’estate.
La “Piccola Fenice” è un luogo incredibile: varcato un vecchio portone, che si apre su un cortile di antica memoria, s’indovina la porta d’ingresso. Sono le decine di libri sparse ovunque ad accogliermi, scaffali ordinatamente colmi ma anche tavoli, seggiole e mensole. Libri antichi, edizioni rare, testi ingialliti, sfogliati e consultati mille volte; il caratteristico odore d’inchiostro e fogli stampati riempie le due stanze attigue. Alle pareti vecchie stampe, una gigantografia di Emily Dickinson, un’altra di Oscar Wilde, fotografie in bianco e nero e un modernissimo schermo al plasma. E poi due divani dagli ampi cuscini, sedie dal telaio dorato sparse ovunque e altri tavoli ricoperti ancora da libri.
Silvio Raffo mi accoglie con l’affabilità che gli è propria; vestito d’azzurro, si muove rapido fra i suoi tesori e subito mi porta ad uno degli scaffali che gli è più caro: quello dedicato a Emily Dickinson. Mi mostra con orgoglio tutto quanto ha raccolto intorno all’universo Emily: edizioni rare, vecchie traduzioni ormai introvabili, un disco di vinile con le poesie recitate da Sarah Ferrati e, naturalmente, i suoi stessi libri su Emily, di cui uno, edito da Mursia, è dedicato ai bambini. Un tesoro che subito mi rammenta una poesia di Emily, la numero 1071 del Meridiano Mondadori tradotta, naturalmente, da Silvio Raffo:
Quando ci sediamo sul largo divano verde oliva, la prima domanda è anche la più ovvia:

Si ricorda quando ha sentito parlare di Emily la prima volta? Chi gliel’ha fatta amare?
«Nessuno! L’ho trovata io, sfogliando l’antologia d’inglese quando frequentavo la quarta ginnasio. Mi colpì quel volto, (il dagherrotipo, l’unica immagine certa di Emily, N.d.A.), lessi il suo nome e la poesia, famosissima:
Per fare un prato occorrono un trifoglio ed un’ape /un trifoglio ed un’ape/e il sogno!/Il sogno basterà/se le api sono poche”. (n. 1755, Meridiano Mondadori).
Rimasi così colpito… sono quegli avvenimenti inspiegabili. La stessa cosa mi è successa solo con Antonia Pozzi. Neanche per Leopardi fu così. Imparai la poesia di Emily a memoria, in inglese, poi iniziai a cercare notizie su di lei; l’antologia non riportava molto, così consultai le enciclopedie e trovai altre due sue poesie, una era:
If you were coming in the Fall/I’d brush the Summer by… (n. 511, Meridiano Mondadori).
Deve sapere che da studente, ogni sabato pomeriggio prendevo il treno e andavo a Milano intorno alla stazione Nord, dove c’erano sempre le bancarelle di libri usati e un giorno trovai il meraviglioso libretto azzurro di Dina Rebucci, della Nuova Accademia, con il disco annesso delle poesie di Emily recitate da Sarah Ferrati; un’altra volta m’imbattei nelle traduzioni di Guido Errante, i due volumi della collana “Poeti allo Specchio”. Ne fui estasiato. Le spiegavo, dunque, che, ancora adolescente, continuavo a leggere e a cercare le poesie di Emily e le trovavo straordinarie. Dicevo alla mia professoressa d’inglese: “Ma è fantastica questa Emily Dickinson!”, ma lei non ne era così convinta, era molto all’antica, un po’ quadrata, non aveva il mio stesso entusiasmo, parlo dei primi anni Sessanta, periodo in cui, in Italia, Emily era una sconosciuta. Poi mi imbattei nel libro di Margherita Guidacci, lettere e poesie, e mi piacque moltissimo ma a questo punto io volevo tutte le poesie. Ne avevo lette ormai circa 550 ma sapevo che ne aveva scritte 1775, ne avevo meno della metà. Pensai che solo andando in Inghilterra avrei potuto averle tutte, invece riuscii a procurarmi un’edizione completa delle sue poesie e, per diletto, incominciai a tradurle… ».

E come trasformò questa sua passione in lavoro?
«Quasi per caso… Ne avevo tradotte un centinaio circa, di cui una buona parte mai tradotte in Italia; decisi di mandarle a Barberi Squarotti, lui le trovò bellissime e così le mandai anche a un editore di Torino, Fogola, che stampava libri d’arte. Pieno d’entusiasmo, Fogola pubblicò un prezioso volume arricchito da alcune litografie.
Poi mandai le mie traduzioni anche a Crocetti (editore della rivista mensile “Poesia”, N.d.A.) e anche lui, entusiasta, mi pubblicò un volume, intitolato Geometria dell’estasi e addirittura le mie traduzioni, siamo all’inizio degli anni Ottanta, finirono anche sulla Smemoranda, la famosa agenda…».

Poi arrivò il Meridiano…
«Prima ci fu l’incontro fatale con Marisa Bulgheroni. Ogni anno, il 10 dicembre, il giorno del compleanno di Emily, allestisco uno spettacolo a lei dedicato. Si tratta di un recital bilingue, che porto avanti da vent’anni… Roma, Milano, Firenze, Varese… e proprio qui, nella sede della “Piccola Fenice”, incontrai Marisa. Il mio spettacolo la entusiasmò e mi disse: ‘Ma perché non facciamo la traduzione dell’opera omnia della Dickinson?’ Figuriamoci se non mi sarebbe piaciuto! Iniziammo cosi a proporci alla Mondadori, parlai tantissime volte con Marco Forti e, dopo molta fatica, ecco finalmente la prima edizione nel giugno del 1997, dove io ho tradotto ben 1174 poesie… oggi siamo alla nona edizione. è il Meridiano di poesia che ha venduto più di tutti… ».

Secondo lei, in Italia, Emily è esplosa con il Meridiano?
«Sì, certamente… L’exploit c’è stato in concomitanza dell’uscita del Meridiano, quello è stato anche il momento giusto. Quale altro evento così importante c’è stato per far conoscere Emily? Non è stato il femminismo, come alcuni dicono, anche se varie poesie di Emily furono pubblicate in certe antologie comparse dopo il 1968…
D’altra parte Emily poteva andare bene alle femministe solo a metà, lei è sempre stata troppo chiusa nel suo privato per essere politicizzata. A Emily non importava nulla della politica, della guerra disse: ’è una cosa obliqua… ’ Emily, comunque, fu una pioniera delle donne self-made…
Fu solo nel corso degli anni Novanta, dopo il Meridiano, che l’effige di Emily iniziò a comparire ovunque: sui grembiuli, sui “valentini”, sulle borse e non penso che le avrebbe fatto molto piacere… ».

A quale poesia, fra tutte le liriche tradotte, si sente più legato?
«A due in particolare, la numero 712:
Poiché io non potevo fermarmi per la Morte/lei gentilmente si fermò per me. La carrozza bastava a contenere/noi due soltanto – e l’immortalità.’,
e la numero 465:
‘Quando morii, udii ronzare una mosca-/La quiete nella stanza assomigliava/al silenzio dell’aria/tra l’uno e l’altro schianto di bufera-
’.
Meravigliose… ».

Come s’è sentito dopo aver concluso il suo lavoro di traduttore?
«Vuoto… Sono stato con Emily tantissimi anni, eravamo sempre insieme… Finito il lavoro, è stato come se mi mancasse una persona cara ed ho cercato di fare subito qualcosa che la riguardasse, ho due libri pronti, uno di prossima pubblicazione che ho intitolato
La sposa del terrore… Mi sono occupato anche di altre poetesse, quasi non volessi abbandonare l’universo femminile della poesia, come Emily Brontë, Elizabeth B. Browning, Christina Rossetti, Edith Sitwell, Sara Teasdale e altre».

Come giudica il linguaggio così moderno usato da Emily?
«è un miracolo, non si può spiegare in altro modo… Una persona dell’Ottocento che si esprime come lei significa che ha il dono della parola profetica, le sue parole si stagliano ermetiche contro l’enfasi di tanti suoi contemporanei, come Walt Whitman… lei non lo leggeva, lo disse anche… Consultava le enciclopedie, l’atlante, la Bibbia, l’Apocalisse, leggeva Shakespeare, fra i suoi contemporanei lesse La lettera scarlatta, di
N. Hawthorne, sicuramente era affascinata da Elizabeth Browning, da Emily Brontë, (quando scomparve commentò: “E’ morta la gigantessa!”) ma leggeva anche i romanzetti come quelli della sua amica, Helen Hunt Jackson, Helen del Colorado… Emily nelle sue scelte non era accademica, era istintiva, leggeva poco e solo quello che le piaceva… Confesso che anch’io sono un po’ così… ».

E dei suoi amori che idea si è fatto? Chi fu, per Emily, il Master?
«Ah, il Master… sicuramente fu il reverendo Charles Wadsworth ma l’amore che provava per lui è una passione come Emily la può intendere, che non contempla la fisicità, è un sentimento infuocato ma idealista… è indubbio che nel suo superego c’è la figura del padre e in questo non è diversa dalle altre vergini vittoriane innamorate del genitore. è il classico caso della figlia nubile innamorata del padre e di conseguenza tende a ricercare uomini più anziani… è una forma d’amore, di venerazione che esclude la fisicità, anche perché Emily ne è letteralmente spaventata, la esclude dalle sue possibilità, eppure non è repressa e questa è un’altra sua singolarità… Si è servita dei suoi turbamenti per scrivere. La zitella repressa non è lei, Emily è ardente e passionale ma non esercita e quindi sublima le sue forti emozioni. Lei deve sempre e comunque sublimare e, pertanto, è vero che, a suo modo, si è innamorata del reverendo ma anche della cognata Susan, dell’amica Kate… Emily si innamorava nel suo modo romanticissimo, amava sempre nello spirito per cui le differenze maschio/femmina cadono… Emily si può innamorare follemente sia di un uomo sia di una donna, ma è un follemente che rimane un follemente astratto, è una specie di enthousiasmós… non lo traduce nel quotidiano sia per un naturale riserbo sia perché non vuole sciuparlo. Secondo me, quando il giudice Otis P. Lord la chiese in moglie, Emily non l’avrebbe mai accettato nonostante le lettere che gli scrisse. Le sue parole furono il frutto di un invasamento momentaneo, ormai era vecchiotta, sola… le sarà piaciuta l’idea, l’avrà accarezzata per un attimo ma io non penso che fosse stata presa… mentre lo era da Wadsworth perché era un uomo fascinoso, meraviglioso. Però gli disse: ‘Lei da me non è venuto in bianco… ’. Ho pensato molte volte a questa frase. Penso che lui la deluse, non era abbastanza profonda la consonanza da parte del reverendo con lei… Wadsworth era stato colpito da questa signorina così speciale, però lei aveva elaborato e sviluppato di più… lo prova questa sua poesia:
Sei tu la cosa che volevo?/Vattene – il mio dente è cresciuto -/sazia un palato più angusto/che ebbe una fame più breve-/Sappi che nell’attesa/il mistero del cibo crebbe tanto/che lo rifiutai/e ceno senza – come Dio –’. (n. 1282, S. Raffo, Meridiano Mondadori).
Chi ha mai detto una cosa del genere? Sono parole pazzesche… Siamo nel sovraumano… come del resto anche negli ultimi giorni della sua vita Emily Brontë aveva queste visioni, questa convinzione d’essere a contatto con il divino, come se queste vergini fossero delle sibille, delle profetesse in virtù della loro verginità. Anche Christina Rossetti era così ma era meno forte. Emily possiede questa consapevolezza all’estrema potenza unita a un forte orgoglio.
Quando dice: ‘...ceno senza-come Dio-’, come se fosse un’anoressia da mistica, da religiosa, con delle tinte mai di fanatismo ma di oculatissima autocoscienza… ».

E' stato ad Amherst?
«Sì certamente, due volte, la prima negli anni Ottanta, la seconda negli anni Novanta: entrambe esperienze meravigliose… Ho visto la casa, il giardino con dietro il bosco dove Emily passeggiava, il college, la biblioteca… Il paese è piccolo, due le strade principali, Main Street e Pleasant Street, poi tanta campagna… è tutto molto lindo. La casa di Emily, oggi museo, è molto semplice, una dimora da signori di campagna. La sua stanza è piccola, ho visto la culla di legno, l’abito bianco, il giardino che non è un parco, è un semplice giardino e poco distante ci sono gli Evergreens, la casa del fratello Austin e della cognata Susan.
Entrambe le volte ho alloggiato alla locanda “The Lord Jeffery Inn” e il luogo mi ha ispirato due poesie, un’esperienza molto intensa e proficua… Ad Amherst Emily è un’eroina, la sua immagine è stampata sulle post-card, sui “valentini”, sugli album… ».

Pensa che ci possa essere ancora qualcosa di inedito di Emily?
«E chi lo sa… spero di sì. Di lei tutto è interessante, le lettere che sono sterminate ma anche gli aforismi, purtroppo meno noti. Emily è over all, è proprio un caso d’intelletto sovraumano, ricorda Eraclito… Sono rari i personaggi nella storia con questa folgorante chiarezza… E poi c’è la sua indifferenza che la rende unica, ma lei lo sapeva che le sue liriche sarebbero arrivate nel modo giusto, lei lo sapeva… ‘è questa la mia lettera al mondo/che non scrisse mai a me –(…) Il suo messaggio affido a mani/che non vedo.’ (n. 441, Meridiano Mondadori).
Mani che non vedo’, questa frase spiega tutto. Ha la premonizione dell’immortalità, ma lo dice continuamente! È una pazza mistica visionaria? Ma no, è troppo lucida nella sua consapevolezza… Come
Rimasta era la mia vita come un fucile carico negli angoli/Fino a quel giorno in cui passò il Padrone/mi riconobbe e mi portò con sé.’
(n. 754, Meridiano Mondadori).
Come spiego nel mio nuovo libro La sposa del terrore sono tutte premonizioni in vita, lei ha raggiunto la certezza di una immortalità nella poesia, è l’ancella della poesia ed era questo che le interessava… per me è la più alta in assoluto. È ‘oltre tutto’, è ‘l’altrove’… Emily viaggia sempre nell’essenza per cui l’esistenza è in funzione dell’essenza.
E quale altra figura di poeta è così totalmente e compattamente a contatto con l’essenza per tanti anni? Nessuno. Non Leopardi, che è troppo avvilito dal quotidiano. Lei non è mai avvilita. È sempre sopra, sopra… ».

Secondo lei, a cosa si deve il grande successo di Emily in questi anni?
«Il suo successo enorme ci deve far pensare… Come mai in un momento così squallido dal punto di vista spirituale questa donna è diventata un’icona da mettere sui calendari e sui grembiuli? Non è facile rispondere… perché proprio lei? è un emblema, è un simbolo di auto-autonomia, di forza, essere vivi è potere, l’esistenza di per sé è onnipotenza. Emily, in certi momenti, rasenta la blasfemia, per esempio quando sottolinea la divinità dell’uomo, cioè dell’essere umano… ‘La capitale della mente è il cuore -/ed il singolo stato della mente-/insieme al cuore forma/un solo continente./Una, d’entrambi, è la popolazione-/in sufficiente quantità ve n’è./Tu cerca questa estatica nazione -/non è altri che te.’ (n. 1354, S. Raffo, Meridiano Mondadori).
Questo suo continuo sottolineare la grandezza dell’anima: ‘Ha una sua solitudine lo spazio/ solitudine il mare/solitudine la morte – pure tutte queste saranno moltitudine in confronto… Finita infinità.’
(n. 1695, Meridiano Mondadori)
è profetico. Se davvero siamo così, cosa sarà mai Dio?».

Se la potesse incontrare cosa le direbbe?
«Finalmente!».

 

Silvio Raffo e “La Piccola Fenice”

Silvo Raffo, nato a Roma, vive tra Brusino e Varese, dove insegna al Liceo classico. Poeta, narratore, saggista e traduttore, ha pubblicato con diverse e importanti case editrici italiane.
Per il Meridiano della Mondadori (prima ed. 1997), dedicato a Emily Dickinson, ha tradotto 1174 poesie.
Ha fondato a Varese, in via Caracciolo, 36, un’associazione culturale, “La Piccola Fenice”, che raccoglie un centinaio d’iscritti che si riuniscono ogni mercoledì per assistere a presentazioni di libri, approfondimenti culturali, recital di poesie, curati sempre da Silvio Raffo.
Fra le sue ultime opere:
Scaffale inglese – Venti poeti del XIX e XX secolo,
Edizioni Ulivo, 2007;
La raccolta di poesie Maternale, N.E.M., 2007;
Seneca, la serenità – Platone, l’anima,- Marco Aurelio, la libertà interiore, Oscar Mondadori, 2006-07;
La raccolta di poesie Il canto silenzioso, Marna, 2005.

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